di Maria Cattini – C’è poco da stare allegri ma soprattutto c’è poco da esultare per la vittoria. Vincere voleva dire che qualcuno avrebbe potuto governare il Paese. E questo non è successo. Rispetto alle politiche del 2008, il Pdl ha perso 6,3 milioni di voti, ossia ha ottenuto il 50% in meno dei consensi, mentre il Pd 3,4 milioni, cioè, il 30% in meno.Insieme hanno perso quasi dieci milioni di voti. E oggi tutti parlano di vittoria.
La soddisfazione di Berlusconi e la sua “vittorietta” sono, come al solito, ad personam, nel senso che l’unico ad aver un vantaggio da questa situazione di stallo è proprio l’ego di Silvio che ha dimostrato, soprattutto ai suoi, che senza di lui il centrodestra non esiste.
A parte Berlusconi, che comunque ha portato a casa una rimonta storica, in un un Paese normale, un segretario di Partito come Bersani si sarebbe dovuto dimettere per primo e già da qualche ora. E a cascata tutti gli altri.
Ha dilapidato un incredibile vantaggio elettorale e ha vanificato una vittoria annunciata per troppa sicurezza, sottovalutando e demonizzando il solito Cavaliere, oltre ad aver segnato una distanza politica siderale dal paese reale.

«Ma quale corsia di sorpasso – rideva Bersani solo qualche giorno fa – Berlusconi non si è accorto di essere finito sulla corsia d’emergenza».

L’analisi politica della débacle del Pd sta tutta nelle dichiarazioni di Massimo Cacciari.

«Un disastro, dovevamo puntare su un rinnovamento radicale, invece siamo rimasti a metà».

E cita Kant quando parlava della somma dell’inerzia.

«Il Pd è rimasto a metà tra il voler interpretare le spinte arrivate dalla parte di Grillo e quella di strizzare l’occhio al gruppo di Monti e alla sua visione dello Stato e dell’Europa».

Bersani non è ha azzeccata una. Ha sbagliato tutto iniziando nel non pretendere le elezioni subito dopo il crollo del governo Berlusconi nel 2011, quando fu chiamato Monti e l’unica parola che risuonava per l’Italia era “responsabilità”. E poi con le primarie del centrosinistra, quando ha preteso lo schieramento dell’intero apparato del Pd a suo sostegno, ignorando il vento di cambiamento e la voglia di volti nuovi che veniva dalla società civile pronta alla rottamazione della classe politica.
Invece di stare dalla parte degli esclusi, dei milioni di giovani senza un futuro, con un lavoro precario o disoccupati, o dalla parte degli esodati con una pensione da fame o dei piccoli e medi imprenditori che sono costretti a chiudere, lui ha preferito optare per la politica dello status quo, la continuità invece del rinnovamento, quasi uno scontro generazionale. Ed è caduto nella ragnatela tessuta da un Berlusconi che ha smacchiato il giaguaro Bersani, il più sconfitto di tutti i segretari della storia del Pd/Ds/Pds/Pci. Forse gli andrebbe anche ricordato che il centrosinistra non vince realmente dal 1996 (nel 2006 fu una vittoria ‘mutilata’), dagli anni dell’Ulivo prodiano e che, con Veltroni, il Pd era al 33%.
Forse con un giovane rottamatore come Renzi sarebbe stata un’altra storia. Berlusconi non sarebbe sceso in campo, Monti avrebbe puntato deciso al Quirinale, Grillo si sarebbe fermato su percentuali meno bulgare e il sindaco di Firenze avrebbe fatto da spartiacque tra lo spirito anti casta e la sacrosanta voglia di novità e facce nuove, pescando tra gli elettori delusi di centrodestra i quali, in mancanza d’altro, si sono astenuti o sono tornati all’ovile berlusconiano.
Ed ecco perché l’unica cosa seria sarebbero le dimissioni di Bersani e di tutto il suo apparato che ha fallito il grande obiettivo.  Sarebbe ora di passare la mano per puntare ad un’altra leadership che sappia trasformare il centrosinistra italiano da «partito della conservazione e della moderazione a partito del cambiamento».
Ma questo non avverrà i dinosauri della politica non lo permetterebbero. Non sono bastate le promesse roboanti, né le primarie né le cavalcate televisive. Se, come sembra, vedremo nascere un governissimo “di responsabilità” Pd/Pdl/Monti, con l’unico scopo di rispettare gli impegni presi con l’Europa e garantire una sorta di ‘effimera’ stabilità, penso che sia possibile immaginare la disperazione di un Paese che, appena riavrà la parola, regalerà a Grillo la maggioranza assoluta.

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