Con i riflettori ancora accesi sulle sterili e puerili polemiche, il Peppone di turno, sindaco dell’Aquila, ed il baldanzoso Don Camillo, commissario regionale delegato alla ricostruzione dei centri del cratere, sono partiti alla volta di Roma, dove il grande stratega del centro destra, Gianni Letta, alter ego del ‘divino’ Silvio, avrebbe dovuto risolvere la materia del contendere.

Sono arrivati puntuali a palazzo Chigi, sulle rispettive fiammanti auto di rappresentanza. Si sono compostamente seduti al tavolo delle trattative ma hanno evitato di guardarsi negli occhi. Hanno ascoltato in silenzio la lezione introduttiva del sapiente dicitore, i cui termini devono essere stati chiari e perentori: non sono ammesse stilettate, non si assumono posizioni rigide, non sono ammessi battibecchi e polemiche spicciole. In caso contrario la seduta conciliatrice si sospende e ognuno torna nella terra d’origine con le mani in mano.

Anche questa volta Cialente si è trovato in minoranza: tre contro uno. È stato necessario ed obbligatorio, quindi fare buon viso e cattivo gioco. Lo stesso Chiodi ha dovuto dire una parola in meno, perché il terzo incomodo, la cosiddetta eminenza grigia, Antonio Cicchetti, ha preteso ed ottenuto, senza colpo ferire, di far parte del comitato decisionale governativo. La presenza dell’alto prelato, vice commissario, ha consigliato al sottosegretario Letta di misurare attentamente i termini per non incorrere nelle furie dei ‘protettori’ di Cicchetti.

Due soli elementi, come era già previsto in partenza, sono usciti sconfitti dal confronto romano. Il sindaco, perché non ha ottenuto nulla di più, anzi qualcosa in meno, di quanto era stato già promesso per il risanamento del bilancio consuntivo, anche per evitare il dissesto finanziario dell’amministrazione comunale. Il commissario regionale alla ricostruzione, poiché la sua dominante posizione di delegato governativo si è alquanto affievolita a tutto vantaggio del rafforzamento della emergente figura dell’eminenza grigia, a cui sono stati attribuiti altri compiti derivanti dalla indisponibilità di Chiodi, assorbito da ruoli e funzioni istituzionali.

L’unico che è uscito baldanzoso da palazzo Chigi è stato soltanto Antonio Cicchetti, il quale ha saputo imporre, con tutta la potenza dell’eminenza grigia, la sua presenza in una riunione alla quale non era affatto titolato a partecipare. Il pericolo che comincia a palesarsi, e a consolidarsi in tutta l’interezza è che Cicchetti, pian pianino, abbia iniziato a scalzare e minare la posizione di Chiodi fin dalla sua nomina. E meno male che era stato scelto proprio dal commissario capo. In realtà l’impressione è stata quella che Chiodi sia stato costretto a recitare la parte del designatore per non affermare di aver dovuto subire una palese imposizione dalle alte sfere nazionali.

Il terzo incomodo, quindi, è tornato felicemente a cavallo, ritirandosi nel verde del suo ‘golf ‘ per riposare le stanche membra da un estenuante ma proficuo incontro romano. Peppone e Don Camillo, invece, hanno preferito tornare a casa a bordo del vecchio treno che fu usato per girare gli esterni del «ritorno di Don Camillo» presso la stazione di Sassa Scalo.

Il lungo viaggio di ritorno li ha fatti meditare sulle ennesime vergognose bugie che avrebbero dovuto raccontare all’indomani agli ignari cittadini aquilani e abruzzesi sui vantaggi conseguiti nella salomonica riunione romana. Alla stazione non hanno trovato nessuno ad accoglierli. Non c’era, come in altre occasioni, la banda che, all’arrivo del treno, intona l’inno nazionale per sottolineare risultati e vittorie.

Il tutto si deduce, con estrema eloquenza, dalle dichiarazioni di Peppone che, a suo dire, sarebbe stato costretto a ritirare le preannunciate dimissioni per il bene della città e del popolo amministrato che lo ha eletto. Ha evidenziato, non rendendosi conto delle dichiarazioni rilasciate, il permanere delle precarie condizioni di equilibrio politico in seno al consiglio, nel momento in cui ha affermato che «andrà ad affrontare il dibattito consiliare». L’affermazione contiene tutta l’amarezza e la preoccupazione di un uomo che non può fare affidamento sui numeri della maggioranza e che non ha più un partito di riferimento. Sono le sue precise e pesanti dichiarazioni.

Don Camillo, invece, ha preferito il silenzio stampa. Amareggiato dal modo in cui si è concluso l’incontro, non avrebbe potuto dire nulla, se non evidenziare tutta l’amarezza per come sono andate le cose, per le scomode presenze di personaggi ingombranti e per i negativi risultati conseguiti. Da oggi in poi, gli attori, i protagonisti dei poco edificanti scontri sulle competenze politiche e amministrative della ricostruzione dovranno dire una parola di meno, se non vorranno essere scalzati da qualsiasi incarico dalla ingombrante presenza dell’astro nascente dell’eminenza grigia.

Peppone, perciò torni a fare la politica del compagno, se non vuole finire nel dimenticatoio. Don Camillo cerchi di curare le anime della sua parrocchietta, se non vuole mettere in pericolo la sua permanenza nella struttura commissariale fino alla ricostruzione dei centri del cratere. Ricostruzione che, secondo l’eminenza grigia, non è prevedibile ed ipotizzabile. Durerà, comunque, fino a quando lo Stato sarà in grado di corrispondere il lauto compenso.

Ci auguriamo tutti seriamente che non scoppi anche nel nostro Paese una rivoluzione, o anche una semplice sommossa, come quella libica, siriana, tunisina o egiziana contro i «rais» della politica regionale e locale, perché le vie di fuga sarebbero veramente esigue. Di sicuro non è più tempo di giocare a rimpiattino con la ricostruzione di questa città.

di Maria Cattini
[tratto da Gli Editoriali del Direttore – IlCapoluogo.it]

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