Dopo l’articolo Le mani sulla ricostruzione dell’Aquila del 18 gennaio scorso che IlSole24Ore ha dedicato alla gestione post-sisma e che tanto ha scaldato gli animi in città, torna ancora oggi in edicola con un approfondimento sui costi del terremoto di Mariano Maugeri.

L’articolo integrale:

Quanto costa un terremoto? La domanda è tutt’altro che oziosa e, come spiega Luciano Di Sopra, urbanista dell’università La Sapienza di Roma e protagonista della ricostruzione in Friuli, si compone di due voci: danni materiali e di processo. Sui primi interviene lo Stato, e la tabella estratta da uno studio Ance-Cresme, che pubblichiamo in questa pagina, esemplifica il costo di alcuni dei terremoti che hanno colpito l’Italia, un costo spalmato in arco temporale fra i trenta e i cinquant’anni, dunque suscettibile di notevoli variazioni al rialzo. L’Aquila, è stato calcolato dagli studiosi del Cresme, esaurirà i suoi finanziamenti nell’arco di un quarto di secolo. Ecco perché la cifra stimata nel 2011 di 9,6 miliardi è già lievitata a quasi il doppio. Ai 12 miliardi stanziati alla fine del 2013 si sommano fondi annuali che procederanno al ritmo di circa un miliardo-1,5 miliardi l’anno fino al 2019.  Su cosa accadrà a dieci anni del sisma è nebbia fitta: troppe le variabili, tra le quali la quantificazione dei costi sociali ed economici che sono direttamente proporzionali alle inefficienze, la corruzione e la mancanza di un disegno urbanistico coerente con una città d’arte sospesa tra passato e futuro.

Per ammissione di Paolo Aielli, capo della ricostruzione, «i primi quattro anni del post terremoto sono stati caratterizzati da margini amplissimi di discrezionalità». A mettere un minimo di ordine ci ha pensato il decreto della presidenza del Consiglio del 4 febbraio del 2013, ma, dicono all’Aquila, i «Comuni del cratere non si sono adeguati alle regole di Palazzo Chigi». Grave, ma nessuno interviene. Così come nessuno, tantomeno il sindaco, muove un dito per fare ordine nelle casette di legno, da abbattere finita l’emergenza: Cialente parla di 1051 casette autorizzate, ma nulla dice sulle 2mila casette abusive censite dagli uffici comunali. Non si tratta solo di onestà mentale, requisito indispensabile ma non sufficiente, la questione è un’altra: la classe dirigente aquilana è all’altezza della sfida che si trova di fronte?

Da più parti si è sostenuto che in soli cinque anni il terremoto dell’Aquila e dei 56 Comuni del cratere, 33 dei quali non hanno ancora presentato il piano di ricostruzione, sia costato un punto di Pil, qualcosa come 15 miliardi. Ma il costo potrebbe lievitare fino a quattro punti di Pil. Scrivono i ricercatori dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico in uno studio del marzo 2012: «Se gli abitanti di questa città non sceglieranno in maniera chiara il cambiamento, l’Aquila diventerà sempre di più una comunità frammentata e infine una città isolata e dimenticata».

Di Sopra, dal canto suo, elenca le regole auree per non sommare a morte e distruzione la desertificazione economica. Dice: «Azzerare il conflitto tra gli attori della ricostruzione e chiudere il terremoto al massimo entro dieci anni. Altrimenti, saranno guai. All’Aquila, per quel che mi consta, c’è una rissa continua, esattamente il contrario di quello che accadde in Friuli». L’urbanista fu chiamato un anno fa dal sindaco Massimo Cialente – operativo a intermittenza tra una dimissione e l’altra e con impiego part time pomeridiano come dipendente della Asl – e dalla senatrice, allora presidente della Provincia, Stefania Pezzopane. Racconta: «Ho avuto l’impressione che fossero in altre faccende affaccendati. Mi sforzavo di raccontare il modello Friuli: parlavo delle energie positive che si liberano dopo il sisma e del gioco di squadra, due risorse preziose che evaporano in fretta, ma loro spostavano i ragionamenti su appalti e gare europee». Al capitolo danni di processo non si è neppure arrivati. Ma sta lì la madre di tutte le questioni. Spiega lo studioso friulano: «In Abruzzo è stato colpito il cuore del sistema, il capoluogo, con ripercussioni incalcolabili. È la prima volta che accade nei terremoti in Italia. Se non si accelera sul centro storico si rischia di ricostruire una città morta. La popolazione fa presto a deprimersi. E i giovani sono i primi a fuggire».

Già, i giovani. Paolo Aielli, ex manager di Finmeccanica da un anno a capo dell’Ufficio ricostruzione del Comune per volere dell’ex ministro Fabrizio Barca, fornisce una chiave di lettura. «È stata la normativa sul sisma a prevedere questa migrazione: a ogni cittadino che lo chiede liquidiamo il valore equivalente della sua abitazione. In centinaia hanno deciso di ricomprare casa altrove».
Il Comune dell’Aquila, insomma, si è trasformato in un’immobiliare che per legge favorisce lo spopolamento. Lo stesso vale per le attività economiche del centro storico, fermo ancora al 30% della ricostruzione, svuotato di 2mila botteghe, negozi, artigiani. I dati di Aielli fanno riflettere. Le stime sui puntellamenti, che finora oscillavano tra 180 e i 250 milioni, secondo il capo dell’ufficio ricostruzione ammontano a 340 milioni, con l’aggravio di quattro milioni l’anno di manuntezione. Numeri da capogiro. Sempre stimati, ma per difetto, gli espropri delle 19 new town, che costerebbero nove milioni l’anno solo di manutenzione, più un milione di affitto al mese che lo Stato versa ai proprietari: «Li valuteremo come terreni agricoli. Pensiamo a un esborso di 170 milioni, ma ci aspettiamo parecchi ricorsi al Tar», dice Aielli. Alcune aree sono di proprietà di ex consiglieri comunali (altro aspetto mai indagato) e qualche new town, come quella di Sant’Antonio, sorge su aree commerciali già assegnate alla Coop che aveva deciso di costruire un grande ipermercato. Facile prevedere lunghe partite giudiziarie e un appesantimento alla voce dare. C’è ancora qualcuno, alla luce di questa moltiplicazione dei pani e dei pesci, che pensa di cavarsela con due punti di Pil?

L’elenco degli extracosti si allunga. Un’ottantina di milioni trasferiti ogni tre anni da Roma all’ateneo aquilano per compensare l’esonero delle tasse universitarie, sancito per 36 mesi e prorogato per altri tre anni, con l’aggiunta di tre milioni annui per sostenere la gratuità dei mezzi pubblici utilizzati dagli studenti. Poi c’è il controvalore di ben quattro censimenti, i cui costi sono top secret, che si sono succeduti in pochi anni: prima quello generale del 2009, poi, nel 2010, vanno alla conta gli ospiti del Cas (Contributo autonoma sistemazione e popolazione assistita negli alberghi), ricontati nel dubbio nel 2012 per passare al setaccio nel 2013 gli ospiti del progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) e dei Map (Moduli abitativi provvisori). Precisa Aielli. «I primi soldi per il centro storico sono arrivati nell’aprile del 2013. Nel giro di pochi mesi abbiamo creato 1500 cantieri che trasformeranno l’Aquila in una smart e green city». Basta citare la smart city per pensare di aver risolto il problema?

Lo spettro evocato dall’Ocse non ha sortito grandi effetti. Il clima è sempre più avvelenato. Venerdì scorso la senatrice Pezzopane, ripresa dalle tv locali, ha aizzato i suoi contro il Centro-destra al grido, ripetuto tre volte, di «sterminiamoli». Poi, dimentica delle immagini e dell’audio, ritratta: «Ho detto asfaltiamoli». Superstefy, forte dei privilegi dello scranno senatoriale, semina vento: gli aquilani, umiliati dal dopo sisma e offesi dalle beghe tra comari, raccoglierano l’ennesima tempesta. In attesa delle prossime dimissioni.

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