Sono già passati cinque mesi e, purtroppo, si prevede un autunno bollente ora che stanno venendo a galla tutta una serie di problemi solo rimandati. La città teme lo scippo ma lo scippo è in atto già dal 6 di aprile.

Da subito il primo tentativo, scongiurato in extremis dal Sindaco nell’unico atto di coraggio che lo ha visto protagonista: la denuncia di operazioni che avrebbero portato alla delocalizzazione di funzioni, istituzioni, enti e servizi e lavoro in genere a danno della città dell’Aquila, a favore della costa.

Poi il tentativo di smembrare l’Università, di declassare l’Ospedale, spostare il Tribunale… Di sicuro non ci rassicurano le ultime scelte del nostro Governatore che nomina i componenti (sette) della Task Force anticrisi ma solo un aquilano (in qualità di consulente tecnico nominato da tutte le associazioni datoriali), poi nomina il Presidente del T.S.A. l’Assessore Di Dalmazio, anche lui teramano (guarda un po’!), sposta il proprio Ufficio di Presidenza da L’Aquila a Teramo, per problemi, ufficialmente legati alla sua segreteria, e … poi, cos’altro ci aspetta?

Devo dire che mi ritorna alla mente il primo pensiero nei giorni immediatamente successivi al sisma: l’attuazione di una strategia politica ben precisa per portare al progressivo depauperamento de L’Aquila e, di conseguenza, al “necessario” spostamento del capoluogo a Pescara.

Non vorrei sembrare disfattista o bastian contrario ma la decisione di spostare tutta la popolazione terremotata sulla costa, francamente, mi è sembrata una scelta “scellerata” da subito e, ancor di più, dopo che è stata prolungata per troppi mesi. Non c’erano soluzioni alternative più economiche ma, soprattutto, meno miopi per il nostro futuro?

E’ chiaro che con il senno del poi … ma l’idea che a fine estate le case non sarebbero bastate, che le scuole non ce l’avrebbero fatta a riaprire nei tempi ma, soprattutto, che molti aquilani non sarebbero tornati a vivere in una città senza certezze e risposte a bisogni concreti, è stata solo frutto di un “delirio” oppure è una preoccupazione largamente condivisibile?

Il terremoto sta fungendo da banco di prova dell’abilità dei nostri amministratori. L’inefficienza del Comune coinvolge tutti, anche l’opposizione. L’inadeguatezza di chi ci dovrebbe rappresentare sta facendo emergere costi sociali gravi, lentezza nell’individuazione delle procedure per consentire ai cittadini di rientrate nelle proprie case e una ricostruzione che non accenna a decollare. I cittadini si sarebbero aspettati prove di capacità amministrativa, una capacità propositiva, ma soprattutto una prova di forza nei confronti del governo centrale e regionale, quest’ultimo lontano anni luce dalle problematiche aquilane troppo concentrato a spostare sul suo ambito territoriale enormi risorse economiche e troppo “asservito” alle decisioni del premier.
Perchè non spostare la popolazione colpita dal terremoto in zone più vicine della nostra provincia, magari nella Marsica o nel Parco, dove si sarebbero potute trovare strutture adeguate, ma anche seconde case disponibili ad accogliere un gran numero di sfollati?

Perché non far beneficiare il territorio della nostra provincia di quest’operazione con la possibilità, non del tutto indifferente, di far ripartire l’economia e di frenare lo squilibrio territoriale in atto?

Perchè non procedere subito alla requisizione degli appartamenti sfitti con controllo antispeculativo degli affitti, con lo stesso tempismo con cui si è proceduto all’esproprio di terreni per il progetto C.A.S.E.?

Perchè non trovare soluzioni interlocutorie che avrebbero permesso agli sfollati sulla costa di non vivere una continua diaspora e di rendersi conto, in modo più veloce, delle problematiche causate dal sisma, riprendendo confidenza con il territorio e con lo sciame sismico?

Perchè permettere l’alibi dell’assistenzialismo comodo e dirottare risorse verso gli albergatori della costa, mentre potevano servire ad incrementare i fondi a disposizione per la ricostruzione?

Perchè si è “consentito” a liberi professionisti, artigiani e commercianti di abbandonare la città permettendo che il tessuto economico della città si ricreasse altrove?

Dove e verso chi sono state rivolte le scelte di chi ci amministra? Da quello che vediamo verso la costa, tutta, ma soprattutto verso quella teramana, e sarà un caso anche questo?

L’Aquila rischia di morire due volte. C’è, insomma, da fare i conti con questo fantasma e ora il rischio è la fuga dall’Aquila. Gli abitanti vengono poco coinvolti e le proteste si moltiplicano: che tipo di città prefigurano i 20 nuovi quartieri sparsi nel territorio? L’Aquila sarà ridotta a tante New Town senz’anima, brutte periferie senza un’identità, dove si stanno mettendo in atto operazioni edilizie speculative “discutibili”? Ma chi controlla? Chi ci tutela?

Purtroppo non è più il terremoto a preoccuparci, ma la consapevolezza che ci troviamo in balia di una classe politica autoreferenziale troppo legata a scelte elettorali, che non possiede la cultura del progetto e della strategia, ed è incapace di interpretare le necessità e i diversi bisogni, di farsene carico, di risolvere il problema di riportare le persone in città, di progettare il nostro futuro e di ridisegnare la città che non esiste più.

di Maria Cattini
[tratto da Gli Editoriali del Direttore – IlCapoluogo.it]

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