di Maria Cattini – Fino a qualche giorno fa, il Presidente uscente Gianni Chiodi si era straconvinto di andare alle elezioni il più presto possibile. Per due motivi. Il primo, dovuto alle incertezze del bilancio regionale. E’ vero che la Regione è uscita dal “commissariamento” ed è stata arginata la voragine economica della sanità ma, causa la crisi, i debiti nascosti ancora sotto il tappeto e le pesanti vertenze perse con i dipendenti regionali, non sarà affatto facile far quadrare i conti entro il prossimo dicembre. Come può essere credibile un Presidente che non riesca a far approvare l’ultimo bilancio prima delle elezioni? Era la domanda che continuava ad assillare Gianni, bravo commercialista prima ancora che bravo Presidente della Regione. Non voleva proprio regalare questo suo eventuale handicap ai concorrenti durante la prossima campagna elettorale. Lui per primo non sarebbe riuscito a perdonarlo.
La seconda motivazione era prendere in contropiede il Pd prima che riuscisse a riorganizzarsi su di un temibile avversario come D’Alfonso. Effettivamente, fino a quindici giorni fa, i giochi nel centro sinistra sembravano fatti con il ticket Luciano D’Alfonso candidato Presidente e Gianni Lolli, alla vice presidenza, a presidiare gli interessi delle aeree interne e dell’Aquila terremotata. Ma Chiodi sottovalutava l’ineguagliabile capacità del Pd di farsi male da solo.
Non appena il maggiore partito avversario sembrava aver deciso la strategia per la prossima campagna elettorale, ecco che le mille animelle del Pd hanno cominciato a limare le basi di questo progetto. Paolini, il mitico ex presidente della Giunta e D’Alessandro, ad esempio, hanno cominciato a mandare forti segnali di contrarietà. Conoscendo i suoi polli, l’ex sottosegretario allo sport Lolli- per altro molto nostalgico dei palazzi romani- ha cominciato a raccogliere improbabili petizioni popolari per rientrare in Parlamento. O per avere più garanzie sul suo futuro ruolo in Regione. Il segretario del Pd Epifani, al contrario, non ha gradito affatto le improbabili petizioni anonime della campagna pro-Lolli epressioni esercitate da tempo per le dimissioni di Legnini. Così come D’Alfonso, che non ha mai smesso di lavorare alla sua candidatura alla Regione dai tempi dello sgambetto delle scorse elezioni, avrebbe dalla sua parte almeno quattro liste civiche bipartisan pronte a sostenerlo anche come candidato out sider. Anche perché quelli del Pd, in Abruzzo, hanno perso clamorosamente le scorse elezioni politiche- -25% dei voti-  e, fino adesso, possono sperare soltanto nella radicalizzazione del voto, risultato di un forte astensionismo che fino ad ora li ha visti premiati sul territorio.
Anche se la debolezza e l’inconsistenza del M5S sul territorio abruzzese andasse a vantaggio della sinistra, per la regola della sottrazione, P senza D’(Alfonso) sarebbe un partito ulteriormente dimezzato. E poi, a livello nazionale, il ritorno alle armi della vecchia nomenclatura contro Renzi, potrebbe presto mandare in frantumi quel che rimane del Pd.

Ecco perché in molti stanno facendo pressioni su Chiodi per rivedere la sua strategia. Prendere più tempo per lasciar cuocere bene il Pd sulla propria graticola. Dare più tempo ai compagni di partito per completare il reboot di Forza Italia. E- non ultimo- concedere più tempo ai consiglieri regionali per riscuotere i lauti stipendi che, se le cose andassero male, non rivedrebbero più in vita loro. Per fortuna di Chiodi, l’incontro con Alfano per decidere la data delle prossime elezioni ha avuto un esito perfettamente in linea con la politica del Governo: hanno deciso di non decidere. «Fate un po’ come vi pare», ha risposto Angelino alla nutrita delegazione abruzzese. Baci e abbracci anche a Piccone, che anche quel giorno aveva trovato una buona scusa per disertare la noiosa Aula del Senato.

L’unica cosa che continua ad impensierire Chiodi è la questione del Bilancio. A convincerlo a spostare la data a marzo- o a maggio- potrà essere, alla fine, solo l’autolesionismo del Pd.

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