In via Campo di Fossa prima delle 3.32 del 6 aprile 2009 c’era un palazzo. Oggi, sei anni dopo il terremoto che ha devastato L’Aquila, quel palazzo ancora non c’è. Solo detriti e recinzioni ormai marcite. Ovunque così. L’Aquila non riparte e nemmeno riapre. Eppure il tempo è passato scandito da progetti annunciati e promesse mancate.

Storia d’Abruzzo, storia d’Italia. Copione miserabile che si ripete a ogni anniversario. Ne sono passati sei. In mezzo lo choc di un processo, quello sulla Commissione Grandi Rischi, finito in farsa: tutti assolti. E beffa finale con la lettera di Franco Gabrielli con la quale la Protezione civile, poche settimane fa, ha chiesto ad alcuni familiari delle vittime, parti civili nel processo, la restituzione dei soldi del risarcimento stabilito dopo la sentenza di primo grado. Eppure “se il fatto non sussiste uccide”.
Scritte cubitali sugli striscioni che due giorni fa hanno attraversato la città. Riavvolgiamo il nastro. Poche ore dopo il disastro che si portò via 309 persone, lasciando sul campo 1.500 feriti e 60 mila sfollati.

Luce azzurrina nello studio di Porta a Porta. In collegamento l’allora premier Silvio Berlusconi che annuncia la prima New town a L’Aquila. Ne nasceranno altre 18. Soluzione lampo, si disse, per 20 mila persone. Sei anni dopo, il progetto Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) è un progetto disastrato con buona parte degli appartamenti devastati dalle infiltrazioni d’acqua. Nel settembre 2014, poi, il balcone di uno dei progetti è crollato a Cese di Preturo. Da quel momento 800 balconi sono stati messi sotto sequestro. Immancabile l’inchiesta giudiziaria.

Nel 2009, sempre Berlusconi pensò bene di trasferire il G8 dalla Sardegna a L’Aquila. Al termine del vertice disse: “Ricostruiremo la città entro la legislatura”. È terremoto show. Per capirlo ecco cosa disse l’allora capo della Protezione civile Guido Bertolaso (intercettato nell’ambito dell’inchiesta sul G8 della Maddalena) al fedelissimo di Silvio, Gianni Letta: “Non deve dire che rimettiamo la gente dentro il centro storico tra 28 mesi, è un massacro: li rimettiamo dentro tra 28 anni”. Il 6 aprile 2010, lo stesso Bertolaso chiude così la prima fase dell’emergenza: “In otto anni L’Aquila può rinascere più bella e sicura di prima, ma solo se ognuno si assumerà le proprie responsabilità”. Cinque anni dopo l’annuncio, i lavori in città non superano il 10%, mentre nella provincia la percentuale scende drammaticamente al 3%.

Chiusa l’era Berlusconi, il governo Monti nel 2011 riaccende le speranze degli aquilani. Il premier, infatti, nomina il ministro Fabrizio Barca “inviato speciale” a L’Aquila. Barca si mette al lavoro. La ricostruzione viene pianificata. La macchina resta ingolfata. Quello che manca sono i soldi. Nel 2012 si supera il limite con le parole del capo della Protezione civile Franco Gabrielli, che qui fece anche il prefetto. “Continuo a sostenere che se lo scatto non arriva dagli aquilani, aspettare sempre e comunque che arrivi da fuori può essere una sorta di illusione”. Insomma, tutta colpa di chi è sopravvissuto. Un anno dopo, la situazione sembra precipitare. I lavori restano a zero, i soldi mancano.

Il sindaco Massimo Cialente annuncia: “Se non arriveranno subito i fondi necessari in modo tale da permetterci per il 2015 la ricostruzione di una parte del centro storico l’Italia avrà condannato a morte L’Aquila e credo che gli aquilani si muoveranno per non far più parte dell’Italia. La prima cosa che chiederò è che si tolga il tricolore”. Nei giorni scorsi, il primo cittadino ha spiegato che il programma prevede la ricostruzione entro il 2017, ma solo se arriveranno 3,5 miliardi in più rispetto ai 4 già previsti. Il governo Renzi annuncia che i soldi ci sono e che “dopo le promesse ora siamo all’azione”.

Il presidente del Consiglio in città ancora non si è fatto vedere. La sua visita sarebbe prevista a breve. Chi, invece, ogni mese arriva a L’Aquila sono gli emissari del governo tedesco. Vengono per controllare. Angela Merkel vuole sapere come procedono i lavori e come vengono spesi i denari pubblici. Grazie ai soldi tedeschi sono state ricostruire Casa Onna, la chiesa e la Casa della cultura. Promesse mantenute. Promesse mancate, quelle della politica italiana. La più grave è del 31 marzo 2009 quando Bernardo De Bernardis (condannato nel processo Grandi Rischi), allora vice capo del settore tecnico della Protezione civile, dopo la riunione della Commissione disse: “Lo sciame sismico? Beviamoci su un bicchieremjdi Montepulciano”.

di Valeria Pacelli, Il Fatto Quotidiano

06 aprile 2015

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