Tempo di crisi economica e ricerca di soluzioni. Se da un lato si continua a discutere su “quote rosa” e deficit di rappresentanza politica (vedi l’ultimo ricorso al Tar per la Giunta Alemanno), ecco che arriva Anna Maria Tarantola, vicedirettore generale della Banca d’Italia, che evidenzia l’importanza del raggiungimento dell’obiettivo fissato dal Trattato di Lisbona, cioè un tasso di occupazione femminile al 60%, che determinerebbe un aumento del Pil fino al 7%. Desolante è vedere nelle classifiche mondiali sulle pari opportunità tra i sessi il nostro Paese al 74esimo posto su 134, dietro tutti i Paesi europei e tra le maggiori economie industrializzate, davanti solo al Giappone.
Quindi si torna a parlare di “Fattore D” quale elemento di crescita per l’economia. E i dati di Bankitalia non sono numeri a casaccio ma stime di crescita. Non una soluzione ma una “bomba”, questa dell’incremento del tasso di occupazione femminile che produce effetti positivi sul Pil, visto che il tasso di occupazione femminile, che a luglio scorso aveva raggiunto il 46,3%, risulta ancora di circa 22 punti percentuali sotto il corrispondente maschile e distante dall’obiettivo fissato dal Trattato di Lisbona. Per non parlare del fatto che le donne lavoratrici risultano presenti ben oltre la media nelle tipologie contrattuali poco remunerate e nelle forme di lavoro atipico.
Negli studi si osserva poi anche come l’aumento della percentuale delle donne lavoratrici arrivi a ridurre il pericolo di povertà: per una famiglia maggior reddito e quindi maggiori entrate. Così come un aumento del lavoro femminile ridurrebbe il rischio povertà per donne single, anche in età avanzata. Aumenterebbe la massa fiscale. Farebbe aumentare la richiesta di servizi e con essi ancora di più l’occupazione.
Se un governo volesse tener conto di queste stime avrebbe messo da tempo in agenda, e non solo oggi in ‘zona Cesarini’, delle serie politiche economiche per incentivare l’occupazione femminile. “Favorire l’occupazione femminile con agevolazioni fiscali quali le aliquote rosa per le donne che lavorano” è una delle ultime soluzioni per affrontare la crisi. Ma perché se è così facile e a costo zero l’occupazione femminile diventa sempre il refugium peccatorum delle situazioni economiche a rischio? Purtroppo l’attenzione è spesso posta sulle imprese e su quello che esse possono fare. Tutto così ovvio e a portata di mano: le donne possono essere un elemento chiave per uscire dalla crisi, ma di sicuro affinché le donne possano diventare il motore dell’economia di mercato, bisogna liberarle dalla responsabilità di essere anche il motore dell’economia familiare. Non si tratta solo di agire dal lato dei servizi pubblici alle famiglie o della flessibilità del lavoro declinata solo al femminile (ad esempio il part-time e il tele-lavoro pensato per le donne). Se desideriamo che le donne possano contribuire di più allo sviluppo dell’economia di mercato misurata dalle statistiche ufficiali, bisogna che gli uomini inizino a contribuire di più all’economia parallela familiare.
La vera sfida sta nell’individuare i modi per far sì che ci sia un effettivo inserimento delle donne nel mondo economico non solo quantitativo ma anche, soprattutto, qualitativo.
Aspettiamo tempi migliori per le future generazioni dove mutamenti culturali, sociali e individuali non siano una chimera.

di Maria Cattini
[tratto da Gli Editoriali del Direttore – IlCapoluogo.it]

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