Un partito democratico sull’orlo di una crisi di nervi, quello provinciale che, a L’Aquila, di fronte a problemi come quello del dramma post-terremoto,  ancora non riesce ad esprimere un segretario provinciale e un congresso.

L’epilogo della telenovela con un finale sempre più ‘amaro’ sembra giunto al termine. L’accordo dei due candidati segretario, Mazzetti e Di Benedetto, portato alla corte di Bersani, sembrerebbe aver sedato gli animi turbolenti in seno ai vertici del partito. Evidentemente ci si è resi conto che litigare non fa bene e che c’è assolutamente bisogno di fermare la stagione delle faide prima che essa nasca.

A leggere tra le righe della valanga di comunicati stampa diramati nei giorni scorsi si intravede una verità difficile, fatta di contrapposizioni esplicite, ma anche di manovre sottobanco, di sgambetti e veleni.

Ma la realtà è ancora più amara di quello che appare. E’ in atto una guerra generazionale con un’inopportuna frammentazione ed eccesso di personalismi. E’ questo quello che il tatticismo politico del Pd ha portato a L’Aquila.

La triade aquilana sembrava fino a pochi mesi fa inossidabile e ‘padrona’ delle sorti del partito e delle poltrone. Non c’è nulla di male: la politica è anche questo, è sistemare strategicamente uomini di partito nei posti chiave dove la parola «governare» assume un significato operativo.

Ma oggi Cialente non decide ancora se stare dentro il Pd, ma soprattutto con il Pd, reclama a gran voce le primarie a sindaco ma, in realtà, non le vuole.

L’ex presidente della Provincia è alla ricerca costante di una collocazione in Parlamento e guarda altrove.

Lolli, con aspirazioni a sindaco, è in preda a una crisi d’identità. Dopo l’accordo siglato da tutti i parlamentari abruzzesi sulla candidatura unica di Mazzetti. Lolli, uno della triade, è stato smentito dalle ultime due firme (Pezzopane e Cialente) in calce alla candidatura di Di Benedetto, presentata sabato scorso, ad Avezzano, nella giornata dei ‘lunghi coltelli’. Ma poi Di Benedetto non è incompatibile alla carica di segretario come presidente di un’azienda municipalizzata? Difficile dirlo, ma in politica certe scelte non si fanno per caso.

Quindi, è proprio sul futuro collocamento di questa nuova classe dirigente, che sostituisca quella attuale, che si consuma lo scontro dentro il partito. I rottamatori che rottamano se stessi. Gli ex ‘Pezzopane boys’, trentenni e quarantenni d’assalto pronti a guidare la battaglia interna al Pd per il cambiamento, sono loro stessi ingabbiati in vecchie logiche spartitorie. E si ritorna a parlare di correnti interne al partito per  ‘pesare di più’. Dinamiche da vecchia Repubblica.

‘Uccidere il padre’ è sicuramente una priorità, specie per un partito che si propone come un soggetto attivo del cambiamento. Ma non è così automatico che un ricambio generazionale sia sinonimo di ‘rottamazione’ autentica e la sola distinzione anagrafica, come prospettiva politica, appare piuttosto fragile sotto il profilo strategico.

Parole contro numeri, non c’è partita: in politica vincono i secondi. E i numeri stanno dalla parte di chi ha in mano le tessere del congresso, nonostante i proclami che si rincorrono. Numeri che portano a mal di pancia interni anche sulla gestione, sembrerebbe poco trasparente, della chiusura dei termini del tesseramento a L’Aquila Centro e Paganica.

Le ‘macerie democratiche’, per citare Primo De Nicola, dove crescono i malumori in un partito al quale il segretario regionale Paolucci e il senatore Marini continuano, invece, a chiedere più unità. E’ evidente a tutti che i ripetuti inviti a deporre le armi non fanno che acclarare un fatto: l’unità non c’è e con questa schizofrenia politica non si va da nessuna parte, figuriamoci a L’Aquila.

di Maria Cattini
[tratto da Gli Editoriali del Direttore –  IlCapoluogo.it]

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