di Maria Cattini -“Non so, non sono di qua”: questa la disarmante risposta che ha fornito Giovanni Giardino, il Responsabile della Prevenzione della Corruzione del Consiglio regionale dell’Abruzzo, al nostro primo tentativo di verificare la concreta applicabilità del Codice di comportamento dei dipendenti.

Un codice deliberato dall’Ufficio di Presidenza solo lo scorso gennaio, in attuazione della legge nazionale 190/2012 “per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”. Ossia norme per cercare di mettere fine a decenni di “pacche sulle spalle” e di “raccomandazioni” che hanno precipitato l’Italia al sessantanovesimo posto su 177 paesi presi in esame per livello di corruzione (dati 2013, a un anno dall’approvazione della legge 190). Peggio di noi soltanto: Romania, Bulgaria e Grecia. Ecco perché l’Europa ha imposto già al Governo Monti di attivare immediate misure per porre rimedio a un malcostume riconosciuto come una delle principali cause di impoverimento e mancanza di competitività del Paese.

La Regione Abruzzo, malgrado i numerosi scandali che l’hanno coinvolta, non ha certo brillato per tempestività nel recepire e applicare norme che rappresentano una vera e propria rivoluzione copernicana nella gestione della cosa pubblica. Il Consiglio regionale, ad esempio, ha atteso l’ultimo giorno utile stabilito dalla legge per pubblicare sul suo sito il nome del suo responsabile anticorruzione.

DUE CODICI, DUE MISURE

Nel Paese degli azzeccagarbugli, quando ci si trova davanti a norme difficili da far digerire come quelle sull’anticorruzione, spesso si ricorre alla sovrapproduzione delle stesse per rendere ancora più confusa e impossibile la loro applicazione. Forse proprio per questo, oggi, esistono ben due codici di comportamento del personale: uno per la Regione Abruzzo, intesa come giunta regionale, ed un altro per il Consiglio, inteso come assemblea legislativa. Già i differenti criteri seguiti per il rispetto della trasparenza generano le prime differenze e perplessità: la Giunta regionale, contrariamente ai principi di facilitazione del reperimento dei documenti, ha prodotto un codice in formato immagine racchiuso in un file .pdf, sul quale è impossibile effettuare delle ricerche testuali. Il Consiglio, invece, ha prodotto il file nel corretto formato digitale che permette la consultazione e l’indicizzazione in tutti i motori di ricerca del suo contenuto.
Dopo aver reperito i due corposi testi, saltano subito all’attenzione differenze sostanziali come quelle delle importanti disposizioni sul conflitto d’interessi: mentre il testo della Giunta contiene principi di carattere generale, quello del Consiglio contiene disposizioni molto più rigorose e concrete per impedire ai soliti “furbetti” di passare lavori e consulenze a parenti, amici e amanti.

Una buona notizia, penserete voi. Certamente, se solo le norme fossero poi applicate.

Visto che uno degli strumenti principali dell’applicazione delle nuove norme è rappresentato proprio dalla trasparenza, con la pubblicazione online, sul sito Internet del Consiglio (www.consiglio.regione.abruzzo.it) di tutti gli atti dell’amministrazione, siamo andati a verificare subito quanto si sia dato seguito all’applicazione a regole tanto severe quanto condivisibili.

NUOVE REGOLE, SOLITI NOTI

In un articolo precedente avevamo parlato dell’incarico di collaborazione a Errico Centofanti, fino allo scorso novembre unica consulenza professionale assegnata nel 2013 e prontamente pubblicata sul sito del Consiglio nella sezione ‘Consulenti e Collaboratori’. Si trattava dell’ultimo di una lunga serie di inarchi che Centofanti ha ottenuto nel corso degli anni sempre dalla stessa struttura del Servizio Stampa. In questo caso si trattava della realizzazione del volume sulla storia del Consiglio regionale d’Abruzzo attraverso la comunicazione istituzionale, determinazione dirigenziale n. 25/AS/ST del 15/07/2013. Alla pubblicazione della determinazione era allegato anche il curriculum vitae del consulente, ma non la dichiarazione del conflitto d’interessi né l’attestazione delle consulenze in essere, che sono state pubblicate solo di recente. Documenti messi ora on line privi di data o di numero di protocollo, quasi fossero stati presentati solo successivamente al conferimento dell’incarico.

Nel merito delle due dichiarazioni, salta agli occhi la dichiarazione di Centofanti: “attesto che, per quanto mi riguarda, in ragione della condizione personale e dell’attività professionale, non sussistono, né di fatto né potenzialmente, situazioni configuranti conflitti d’interessi nei confronti della Regione Abruzzo”. Sembra strano che un consulente chiamato in virtù della sua approfondita conoscenza delle Istituzioni confonda la Regione Abruzzo con il Consiglio regionale (un altro organo, tanto da avere due codici di comportamento distinti). E appare ancora più strano non aver dichiarato la relazione di parentela con la cugina, da trent’anni giornalista e funzionaria della stessa Struttura che ha deliberato l’incarico di collaborazione. La dichiarazione è obbligatoria ai sensi dell’art. 8 (Conflitto di interessi ed obbligo di astensione) presente nel Codice di comportamento approvato dall’Ufficio di Presidenza ai sensi della legge 190/2012.

Presi dal dubbio, abbiamo chiamato Giovanni Giardino, il Responsabile della Prevenzione della Corruzione cui spetta “il monitoraggio sull’applicazione del Codice di comportamento approvato dall’Organo di indirizzo politico”, per chiedergli se fosse a conoscenza del grado di parentela tra i due Centofanti. “Non so non sono di qua, non conosco le parentele all’Aquila”, è stata appunto la sua risposta.  “Il controllo deve essere fatto dalla Struttura interna che emette il provvedimento”, ha quindi aggiunto.  Ma il codice che lui stesso ha redatto per conto del Consiglio regionale, prevede che sia proprio il responsabile per l’Anticorruzione il dirigente al quale vanno eventualmente fatte segnalazioni di mancato rispetto delle regole del codice.

All’art. 21 del codice di comportamento, è scritto: “Sono preposti alla vigilanza ed al monitoraggio in ordine al rispetto del presente Codice tutti i dirigenti responsabili dei servizi ed i funzionari in posizione organizzativa all’uopo incaricati (..), il Responsabile della Prevenzione della Corruzione, i Direttori.” Considerando che quella di Centofanti è stata l’unica consulenza del 2013 (eccetto un’altra effettuata solo a dicembre dello stesso anno per la somma di 110 euro), rimane difficile credere che sia sfuggita agli occhi vigili del Responsabile della Prevenzione della Corruzione.

L’Art. 15, comma 7, inoltre prevede che: “Ove venga a conoscenza di un illecito, con particolare attenzione al rispetto delle norme in materia di incompatibilità ed incarichi esterni da parte dei propri dipendenti, il dirigente intraprende con tempestività le iniziative necessarie.”

Nella caso della consulenza di 3.000 euro affidata a Enrico Centofanti, i relatori per l’assegnazione erano subalterni a Rita Centofanti, responsabile dell’Ufficio. Anche in questo caso il codice di comportamento del Consiglio, a differenza di quello della Giunta, è esplicito: il conflitto “può riguardare interessi di qualsiasi natura, anche non patrimoniali, come quelli derivanti dall’intento di voler assecondare pressioni politiche, sindacali o dei superiori gerarchici” (art. 8, comma 2). E quindi (comma 3) “Il dipendente si astiene altresì dal partecipare all’adozione di decisioni o ad attività che possano coinvolgere, oltre che interessi propri e di suoi parenti, affini entro il secondo grado, del coniuge o di conviventi, anche interessi di: persone con le quali abbia rapporti di frequentazione abituale; soggetti ed organizzazioni con cui egli, il coniuge o il convivente abbia causa pendente o grave inimicizia o rapporti di credito o debito significativi; soggetti od organizzazioni di cui sia tutore, curatore, procuratore o agente; enti, associazioni anche non riconosciute, comitati, società o stabilimenti di cui sia amministratore, gerente o dirigente o nelle quali ricopra cariche sociali e/o di rappresentanza.”

Tutte queste importanti e fondamentali disposizioni sono invece assenti nel codice etico della Giunta Regionale. Sarà per questo che, nell’autocertificazione, Enrico Centofanti astutamente indicava la Regione Abruzzo invece che il Consiglio regionale? Ma allora perché il dirigente responsabile non lo ha rilevato?

IL BAVAGLIO ALLA RETE

Le clamorose differenze tra i due codici di comportamento dei dipendenti di Giunta e Consiglio non finiscono qui. Mentre i dipendenti della Giunta possono anche tranquillamente ricoprire il ruolo di conduttori di dibattiti politici senza che nessuno ravvisi un potenziale conflitto di interessi, a quelli del Consiglio regionale è fatto esplicito divieto di “ogni dichiarazione pubblica, ivi compresa la pubblicazione sulla rete internet (forum, blog, social network), concernente la loro attività di servizio, riconducibile, in via diretta o indiretta, al Consiglio regionale.” Sempre il codice del Consiglio obbliga i dipendenti ad astenersi  “da qualsiasi comportamento o dichiarazione, anche quella resa sulla rete internet (forum, blog, social network), che possa nuocere all’immagine del Consiglio e della Giunta regionale e dei relativi organi istituzionali.” Se i dipendenti fossero “destinatari di richieste di notizie o chiarimenti da parte di organi di informazione, informano tempestivamente il dirigente del Servizio di assegnazione che provvede ad interessare l’ufficio incaricato dei rapporti con i mezzi di informazione.“

Tutti gli altri, in Giunta, evidentemente possono continuare a fare un po’ come gli pare.

“Alla luce della nostra prima verifica sulle norme anticorruzione, sembra di essere punto a capo e torna ancora una volta in mente il pensiero sul rispetto dello regole nel nostro Paese che Giovanni Giolitti espresse già ai primi del ‘900: “Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano”.

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