Ed ecco che la <<diaspora>> si abbatte anche sul comune dell’Aquila. Più che una diaspora, in questi giorni, si dovrebbe parlare più correttamente di <<anatema>>. Arrivano bordate da tutte le parti: dai cittadini che, invitati a riscuotere il Cas entro il 31 dicembre, non hanno trovato la materiale disponibilità di cassa e, perciò, non hanno potuto incassare nulla, una bella beffa; dal clero, vedi articolo di Famiglia Cristiana, il cui direttore denuncia la totale inerzia del comune, privo di idee programmatiche e di progettualità. Un’analisi sintetica, ma completa e condivisibile.

L’attuale gestione amministrativa del capoluogo di regione mi fa pensare tanto alla repubblica di <<bengodi>>. Il sindaco viaggia per spazi eterei, distribuendo <<sorrisi e canzoni>> ai cittadini sempre più sconcertati ed allarmati.

Senza una guida decisa, capace, razionalmente organizzata, ogni assessore ritiene di poter operare in piena autonomia, senza controlli e senza neppure rispettare le linee guida della programmazione generale dell’ente, ammesso che ve ne siano. In tutto questo caos imperversa, tirannicamente, l’egemonia dell’<<impositore>>, ossia del <<burocrate>> per eccellenza. Non è uno solo, è un sistema. Per economia di tempo preferisco parlare del singolo, perché gli altri sono solamente la fotocopia dell’originale. Un’amministrazione strozzata, non dai lacci, ma da robuste corde annodate al collo per impedirne qualsiasi movimento e qualunque iniziativa.

Malgrado tutto, però, in maniera sporadica e del tutto estemporanea, qualche assessore riesce a tirare fuori la testa dalla <<mota>> amministrativa del comune per cacciare il coniglio dal cilindro, proprio come fanno gli illusionisti, ai quali, forse, si è ispirato.

L’assessore <<Fanfani>> ha voluto mostrare i pettorali per dare il via ad una vera e propria rivoluzione nell’ordinamento del commercio cittadino, emanando una speciale <<ordinanza>> per annunciare perentoriamente che, da oggi in poi, tutti gli esercizi commerciali, nessuno escluso, dovranno osservare un turno di riposo settimanale.

Benissimo, dicono i piccoli esercizi, ritenendo il provvedimento una vera e propria vittoria. Infatti, i gestori pensano che se verranno obbligati a chiudere i centri commerciali, loro saranno i primi a beneficiare degli effetti della chiusura. In quale maniera potrebbero essere favoriti dalla circostanza, se anche loro saranno costretti a restare chiusi? Mi sembra più una vittoria di Pirro, piuttosto che una conquista. E ci si mette pure l’arcivescovo con la messa domenicale per benedire questa nuova decisione.

Vorrei aggiungere, se mi è consentito, una riflessione obbligatoria e indifferibile, soprattutto, utile e indispensabile all’economia locale, specialmente in questo particolare momento dell’auspicabile ripresa economica delle attività produttive. Una <<città d’arte>>, una città che pretende di avere tutti i requisiti della vocazione turistica, che cosa offre ai visitatori appassionati di arte e turismo: il deserto; l’assoluta mancanza dell’accoglienza; la nullità.

Gli esercenti che, spesso e volentieri, si lamentano degli scarsi profitti, come pensano di risollevare le sorti delle rispettive attività? Con la chiusura totale degli esercizi commerciali? Oppure pensano che, volendo fare un dispetto alla grande distribuzione, vogliono scavare con le proprie mani la fossa comune ove seppellire gli esercizi commerciali aquilani?

Le barricate, forse, avrebbero dovuto essere elevate in altri tempi, proprio dagli stessi rappresentanti politici che oggi si pavoneggiano nella divulgazione di ordinanze prive della corretta legalità amministrativa, per disciplinare in maniera più corretta la grande distribuzione.

Non si può, da una parte, inseguire la meta del produttivo settore turistico e, dall’altra, in maniera antitetica e improduttiva, togliere le strutture di base allo sviluppo del territorio e della attività commerciali che, proprio da turismo, potrebbero ottenere quella linfa vitale per il decollo socio economico dell’intero territorio aquilano. Questo è l’esempio tipico del comune dell’Aquila, accomunato a Giano bifronte. Una volta alza la visiera del cappello, negando e rinnegando la politica di promozione turistica per la quale spende infruttuosamente diverse migliaia di euro. Un’altra volta, con lo stesso cappello, con la stessa visiera e con la stessa testa, pensa di aiutare e sostenere il commercio aquilano, imponendo la totale chiusura domenicale degli esercizi commerciali, penalizzando ulteriormente, solo ed esclusivamente, la stessa categoria che, in qualche modo, vorrebbe sostenere.

Sono due concetti antitetici, stridenti, tesi ad ottenere entrambi un solo effetto: l’elisione delle attività commerciali locali, a tutto vantaggio dei territori limitrofi.

Una ultima considerazione l’assessore Fanfani avrebbe dovuta farla in maniera spontanea ed autonoma, alla luce delle precarie condizioni dell’economia locale. È consentito ad un semplice assessore emanare un’ordinanza per rivoluzionare il settore del commercio in presenza di una disposizione governativa, con la quale è stato prorogato lo stato di emergenza del territorio? Il provvedimento adottato frettolosamente risponde ai requisiti della legalità in presenza di una superiore disposizione dello stato? È stato correttamente stilato nelle forme e nei modi previsti dall’attuale vigente normativa in proposito? Risulta utile alla cittadinanza, agli utenti, all’economia della città?

Se tutto ciò, secondo Fanfani, il sindaco e la giunta municipale risulta esatto e corretto, gradirei che lo spiegassero loro, direttamente, agli utenti, ponendo a disposizione dei medesimi la normativa di riferimento. Non basta la solita ed inutile conferenza stampa; ci vogliono gli atti certi e argomentati.

di Maria Cattini
[tratto da Gli Editoriali del Direttore – IlCapoluogo.it]

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