di Mariano Maugeri, IlSole24Ore – Macerie materiali, macerie morali, macerie lessicali. Un terremoto lascia segni incancellabili nella morfologia di un territorio, nell’antropologia di un popolo e persino nel suo linguaggio. L’Aquila, cinque anni dopo quei 309 morti, è una città irriconoscibile. I codici linguistici sono stati rimpiazzati da una sequenza di acronimi (C.a.s.e., Map, Mus, Mep) mentre diritti e doveri si difendono a colpi di carta bollata.

C’è una lotta costante, sotto traccia e tenace, tra chi detiene il potere decisionale e gli aquilani, spesso sfollati o avvolti tra le nuvole dei detriti, che malgrado tutto giochi contro di loro continuano a rivendicare regole, progettualità, metodo. A riacutizzare il dolore mai svanito ci pensano gli anniversari e le scosse che si susseguono a sud dell’Aquila: un paio di giorni fa in Grecia, ieri nel crotonese e a Reggio Calabria, con una scossa di 5.1 gradi della scala Richter ed epicentro sempre nel mar Jonio.

La terra trema ma le coscienze dormono. A cinque anni da quel devastate terremoto non esiste neppure un piano di prevenzione, se si eccettua un progetto cartaceo chiuso a chiave in uno dei cassetti di Palazzo di città. Mai, in questi interminabili anni, gli aquilani sono stati chiamati a un’esercitazione per verificare il funzionamento della protezione civile comunale in caso di emergenza.

Omissione, rimozione e dilazione sono le tre parole auree che hanno rallentato all’infinito la ricostruzione. Il piano urbanistico non esiste, se si eccettua un piano regolatore del lontano 1975, flagellato peraltro da una serie alluvionale di deroghe scaturite dall’emergenza del dopo terremoto. Renzo Piano è stato chiamato all’Aquila solo per disegnare l’auditorium e poi congedato come un visitatore qualsiasi. Gli si poteva affidare il disegno della città. Non sia mai, l’Aquila preferisce fare, o non fare, da sé. Dell’incongruenza si è pure accorto il Tar regionale, che in una sentenza di neppure due settimane fa ha ordinato al Comune di ripianificare l’intero territorio comunale ai sensi di una legge che coerentemente lo obbligava a procedere alla riscrittura dello strumento urbanistico. Dieci miliardi sono stati bruciati per innalzare le 19 new town e gli interventi d’emergenza. Poi c’è lo scandalo dei puntellamenti, 400 milioni affidati dai dirigenti municipali alle ditte prescelte con chiamata diretta e senza gara, un po’ l’emblema dell’anarchia che ha regnato al Comune dell’Aquila. Il sindaco Massimo Cialente, dopo le inchieste della magistratura che hanno spinto alle dimissioni il suo vice, Roberto Riga, ha nominato vice sindaco l’ex capo della Procura di Pescara Nicola Trifuoggi, del quale, a oltre due mesi dall’insediamento, si attendono i primi atti a favore della trasparenza. Il resto è fatto da un consiglio comunale di uomini – c’è una sola donna – e di età media piuttosto avanzata. Una composizione che si riflette nella squadra di governo, sempre in equilibrio con i dettami del manuale Cencelli e refrattaria a ogni innesto di tecnici o professionalità esterne. La ricostruzione è cosa nostra, è il messaggio implicito del primo cittadino. Le 309 vittime, tra le quali 55 studenti dell’università dell’Aquila, appartengono invece alla memoria collettiva di un Paese intero. Il loro nome è, o dovrebbe essere, mai più.

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