Vietato ai minori. Sul rapporto tra adolescenti, sessualità e pornografia“, di Alessia Dulbecco* è un’interessante analisi sul mondo giovanile e sull’accesso alla sessualità, senza controllo, che porta gli adolescenti a conoscere la pornografia in maniera precoce e non graduata.

Adolescenti e sessualità.

Alla fine dello scorso anno, in un programma radiofonico statunitense, Billie Eilish ha parlato del suo rapporto con la fruizione di materiale pornografico, cominciata all’età di undici anni.

Eilish ha raccontato la sua esperienza senza tanti giri di parole:

“penso che mi abbia davvero distrutto il cervello: mi fa stare malissimo il fatto di essere stata esposta a così tanta pornografia quand’ero così piccola”.

Secondo la cantante, l’esposizione a questi contenuti le ha causato dapprima incubi notturni e, col passare degli anni, l’introiezione di un modello femminile e relazionale squilibrato e degradante:

“le prime volte che ho avuto rapporti sessuali,” ha affermato, “non dicevo di no a cose che non mi avrebbero fatto bene. Lo facevo perché pensavo di doverne essere attratta”.

Eilish si è limitata a raccontare le propria legittima esperienza, figlia della sua storia personale, senza compiere generalizzazioni.

Tuttavia, nel giro di pochi giorni dalle sue dichiarazioni, la stampa italiana è tornata alla ribalta con articoli e inchieste volte a conferire al racconto di Eilish una dimensione di universalità, provando a dimostrare cioè come la visione di immagini sessualmente esplicite durante l’adolescenza sia sempre, necessariamente, un’esperienza negativa.

La notizia ha pertanto riacceso l’interesse nei confronti di un tema – il rapporto tra preadolescenti, adolescenti e porno – tutt’altro che chiaro, indagato più alla luce di stereotipi e pregiudizi che non attraverso ricerche in grado di giungere a risultati inequivocabili.

Il sessuologo Antonio Prunas è impegnato, da tempo, a decostruire questi stereotipi che riguardano tanto il mondo degli adulti quanto quello dei più giovani. Sul suo blog, lo studioso sostiene che il discorso sul porno, i pericoli sociali o psicologici che si paventano e la diffidenza che si manifesta nei confronti del genere siano alimentati da una cultura che teme la sessualità, probabilmente a causa di un dogma introiettato dalla religione. Nonostante tutte le principali accuse che si rivolgono al porno, le ricerche non riescono infatti a giungere a risultati incontrovertibili. Se è vero che ci sono molti studi che mostrano, ad esempio, una possibile relazione tra l’esposizione a immagini pornografiche e il conseguente incremento di tendenze misogine, altri tendono a sottolineare come la visione di queste immagini, sfruttandone il potere catartico, favorisca atteggiamenti positivi verso le donne.

Quando si tratta di osservare le conseguenze psicologiche – sugli adulti o sui minori – derivanti dalla visione di questo materiale, le ricerche giungono spesso a risultati ambigui. Le prime indagini volte a indagare gli effetti subiti dai minori in seguito all’esposizione a immagini sessualmente esplicite risalgono al 2003, quando la ricercatrice Judith Reisman ha condotto uno studio con cui ha osservato che la visione di contenuti inappropriati durante l’infanzia può interferire con lo sviluppo di alcune aree cerebrali. Il caso di Reisman, però, è controverso: la sua nota posizione conservatrice, infatti, potrebbe aver influito sulla formulazione delle sue tesi e la conduzione dei suoi esperimenti. Altri studiosi, come lo psichiatra Giovanni Tagliavini, mettono in relazione la giovane età e le immagini sessualmente esplicite con il “perturbante”, una categoria introdotta dallo psichiatra tedesco Ernst Jentsch e ripresa poi da Freud all’inizio del Novecento nell’omonimo saggio, Das UnheimlicheCon questo termine lo psichiatra viennese identificava una particolare condizione di angoscia che si genera quando una situazione, un fenomeno o una persona contiene al suo interno tratti che ci risultano allo stesso tempo estranei e familiari.

Seguendo il ragionamento dello psichiatra, la sessualità, che per la teoria freudiana resta in una fase di latenza fino alla pubertà, quando viene fatta emergere anzitempo attraverso le immagini pornografiche potrebbe pertanto costituire un’esperienza perturbante poiché rappresenta il rimosso che torna alla luce, generando così uno stato di angoscia.

In Italia, molte associazioni si sono occupate di indagare quali effetti generi la fruizione di immagini sessualmente esplicite su ragazzi e ragazze. Tutte sottolineano i rischi anche se non sempre i campioni intervistati si esprimono in tal senso. È il caso, ad esempio, della ricerca condotta nel 2019 dal Moige – un’associazione di genitori il cui scopo, come si evince dal loro sito web, è quello di “proteggere i nostri figli” – con cui ha denunciato la facilità con cui bambini e ragazzi hanno accesso a prodotti, come fumo, le sostanze, i video porno e i videogame violenti, che dovrebbero essere vietati ai minori. Quasi la metà del campione di ragazzi e ragazze intervistati, appartenenti alle scuole medie di primo e secondo grado, afferma di aver visto immagini o video porno prevalentemente su smartphone e tablet, il 35% di loro ritiene però che guardare questo genere di immagini non abbia alcuna conseguenza per la loro salute. Secondo il Moige, gli intervistati sottostimano i rischi proprio in ragione dell’età: l’adolescenza facilita l’espressione di condotte trasgressive, mentre il senso di invulnerabilità che caratterizza il periodo evolutivo non fa percepire loro i possibili danni, che per l’associazione sono causati dall’eccessiva normalizzazione sociale di tali contenuti.

Nonostante tutte le accuse che si rivolgono al porno, le ricerche non riescono a giungere a risultati incontrovertibili.

A conclusioni analoghe giunge anche l’inchiesta condotta nel luglio scorso da Milena Gabanelli e Simona Ravizza per la rubrica “Dataroom” del Corriere. In Italia il 44% del campione intervistato, ragazzi tra i 14 e i 17 anni, guarda porno online. Secondo la ricerca, se all’inizio molti di loro risultano confusi o scioccati da questa tipologia di immagini, è sufficiente una seconda esposizione per far crollare queste sensazioni spiacevoli e provocare eccitazione. Anche in questo caso i dati vengono interpretati alla luce delle categorie proprie dell’adolescenza: la ricerca della trasgressione, il senso di sfida, il tentativo di fare a gara coi propri compagni per guadagnarsi il ruolo di leader del gruppo. Sempre secondo la ricerca, l’esposizione al porno di massa – in cui generalmente appaiono pratiche sessuali estreme e donne sottomesse, degradate e oggettificate – è strettamente collegato con l’aumento della disponibilità a praticare sexting e con lo sviluppo di atteggiamenti sessisti verso le donne.

Le inchieste citate tendono a sottolineare come la visione di immagini sessualmente esplicite sia di per sé pericolosa per l’equilibrio psico-fisico dei minori. Queste conclusioni, però, risultano in contrapposizione con altre ricerche, di natura più scientifica, come quella promossa lo scorso anno da Unicef in cui si evince come sia impossibile dimostrare – in maniera univoca – la correlazione tra l’esposizione a immagini sessualmente esplicite e un possibile danno psicologico. Richiamando uno studio comparato realizzato nel 2019 attraverso il coinvolgimento di diciannove Paesi europei, si legge come la stragrande maggioranza del campione dei minori intervistati non si definisca in modo univoco né “turbato” né “felice” in seguito alla fruizione di immagini porno. Secondo gli autori del report, l’impossibilità di giungere a una conclusione inequivocabile dovrebbe impedire ai governi di porre rigide limitazioni alla fruizione di questi materiali. I ricercatori, inoltre, avanzano la proposta che si possa giungere, col tempo, a dare una definizione più chiara di cosa si intenda con “porno”, così da istituire una classificazione più sfumata che consenta, in base all’età e alla maturazione emotiva e affettiva di ragazzi e ragazze, di distinguere contenuti “appropriati” e “inappropriati”. Questo documento è stato immediatamente attenzionato da molte associazioni di stampo cattolico. Provita ha definito la ricerca di Unicef “scioccante” poiché sembra non rilevare la pericolosità e la violenza dei “film per adulti” quando finiscono nelle mani dei ragazzi.

A differenza delle indagini a carattere giornalistico, le inchieste più ufficiali – come quella appena citata – tendono a rimarcare più la pericolosità della rete rispetto ai rischi derivanti alla fruizione di immagini sessualmente esplicite. In effetti, anche molte delle inchieste che compaiono su quotidiani e settimanali sembrano intenzionate a segnalare i rischi del porno, per poi limitarsi a discutere dei pericoli del web. È il caso ad esempio del lungo approfondimento realizzato da Repubblica all’indomani delle dichiarazioni pronunciate dalla cantante. Il giornalista Corrado Zunino intervista, per Repubblica, la mamma di un tredicenne che racconta l’esperienza del figlio all’interno di un canale Telegram in cui un gruppo di sconosciuti si scambiava materiale “pornografico e pedo-pornografico”. Interpellato a sua volta, il ragazzino dichiara di essere entrato solo per emulare i suoi amici, finendo per scaricare  sul proprio telefono immagini di adulti che stuprano bambini.

I pericoli connessi all’adescamento costituiscono il principale rischio segnalato dalle ricerche. In questo senso associazioni come Telefono Azzurro, sono inequivocabili. Nel dossier pubblicato insieme a Doxa Kids, riconosce il valore e contemporaneamente il pericolo che si cela all’interno delle tecnologie digitali. Senza demonizzarle, la ricerca rileva come internet abbia aumentato la possibilità che bambini e adolescenti risultino esposti a forme più o meno coercitive di abuso e sfruttamento sessuale. I ragazzi possono subire sextortion, che potremmo descrivere come la minaccia di condividere con terzi o diffondere online immagini sessuali della vittima, o il fenomeno ancora più pervasivo del groomingche consiste in una forma di adescamento che porta il pedofilo ad adottare una vera e propria strategia volta a conquistare la totale fiducia del minore rendendolo così facilmente manipolabile. Il rischio di incorrere in queste pratiche, però, non è connesso solo alla navigazione su particolari siti. Come dimostrano i professionisti che lavorano nella cyber-security, i pedofili tendono a mimetizzarsi e a muoversi proprio in quei canali (piattaforme social o dedicate al gaming) che non destano particolari sospetti.

L’impossibilità di giungere a una conclusione inequivocabile dovrebbe impedire ai governi di porre rigide limitazioni alla fruizione di questi materiali.

Quello che traspare dalle ricerche citate è, pertanto, una confusione di piani. Molte inchieste tendono a confondere queste pericolosissime pratiche, punibili penalmente, con la visione di contenuti sessualmente espliciti, finendo per equiparare due tipologie di condotte che non hanno niente comune. La pedofilia è un reato, così come la condivisione e lo scambio di altre immagini ottenute illegalmente che, come molte indagini illustrano, giovani e giovanissimi recuperano dal dark web. La ricerca di contenuti porno da parte degli adolescenti o dei preadolescenti, al contrario, avviene spesso per curiosità o necessità di trovare risposte a domande che non sanno a chi porre. Come sappiamo, infatti, in Italia non è previsto l’insegnamento dell’educazione affettiva e sessuale, nonostante molte ricerche abbiano segnalato l’importanza di questa materia non solo per ridurre comportamenti a rischio ma anche per sviluppare un rapporto più sano con la propria e altrui intimità. Ben lontani dalla volontà di sottolineare queste necessità, i giornali finiscono il più delle volte per alimentare quel “sex panic” che Francesco Avallone, riportando le parole di JoAnn Wypijewski, definisce come una “reazione sociale catalizzata dai media e caratterizzata dall’allarme per l’innocenza in pericolo (stereotipicamente, di donne bianche e bambini) ad opera di un ‘predatore’”. Come ricorda Claudia Ska, autrice del recente saggio Sul porno, la pornografia subisce le coercizioni imposte da un sistema fortemente rigido e da un approccio moralista introiettato dal cristianesimo di cui ancora paghiamo le conseguenze, che porta molte persone a instillare negli adolescenti l’idea che sessualità faccia – il più delle volte – rima con “immoralità” o con “pericolo”.

Come sottolinea l’autrice, il porno costituisce un genere cinematografico e dovrebbe essere “etico” nella misura in cui garantisce diritti e tutele ai performer e a tutto il settore produttivo. Il suo compito non è quello di educare alla sessualità, esattamente come una pellicola cult come Fast and Furious non ha l’obiettivo di insegnarci a guidare con prudenza. Spesso i ragazzi si muovono online alla ricerca di risposte che, nella vita reale, non trovano. Eppure, non è il porno che dovrebbe rispondere alle loro domande. In quanto genere cinematografico, ricorda ancora Ska – il suo unico fine è l’intrattenimento.

L’attacco che, ancora oggi, subisce il porno è duplice: ad esso si delega, più o meno consapevolmente, un compito che per statuto non può assolvere – l’educazione sessuale – e, contemporaneamente lo si delegittima, accusandolo di condizionare irreparabilmente i più giovani. Continuare ad associare la parola “porno” ad azioni eticamente dubbie, se non illegali – pensiamo a pedopornografia, revenge porn, inspiration porn, pornografia del dolore o della morte – produce, simbolicamente, un accostamento che ne riconferma l’intrinseca pericolosità e il conseguente “sex-panic” correlato. Il porno, forse, smetterà di farci  paura quando inizieremo a guardarlo per ciò che è e, soprattutto, quando tutti gli adulti che a vario titolo sono impegnati nella crescita delle nuove generazioni si assumeranno le proprie responsabilità normalizzando il discorso su sessualità e desiderio, a cui ci si dovrebbe avvicinare con curiosità e libertà e non con paura.

*Alessia Dulbecco pedagogista, formatrice, counsellor, lavora e scrive attorno ai temi della violenza e degli stereotipi di genere realizzando interventi formativi su queste tematiche per aziende, enti ed associazioni. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza.

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