di Maria Cattini – Dopo un’ora di attacchi ai giornalisti che “scrivono sciocchezze”, ai populisti e demagoghi di ogni colore che aizzano contro i politici “che servono le Istituzioni”, il Consiglio regionale dell’Abruzzo ha votato, questa sera, all’unanimità, l’abrogazione della norma che avrebbe permesso l’anticipo “in qualsiasi momento” dell’indennità di fine mandato dei consiglieri regionali. Una specie di TFR utile “per il reinserimento nella società” dei magnanimi politici che prestano i migliori anni della loro vita al servizio dello Stato. Insomma, per molti consiglieri costretti a sconfessare ciò che avevano votato solo 15 giorni fa un vero psicodramma, reso ancora più arduo da digerire dalla decisione del Presidente Luciano D’Alfonso – assente durante i lavori perché impegnato in una visita istituzionale a Zagabria- di anticipare il Consiglio pubblicando sul suo profilo FaceBook copia su carta intestata del decreto di non promulgazione della legge tanto contestata.

Effettivamente, se qualche giornalista in questi giorni ha scritto delle inesattezze il decreto diffuso dal Presidente Luciano D’Alfonso  ne conteneva molte altre e, forse, ben più gravi. Tanto che il Consigliere Lorenzo Sospiri non ha mancato di elencarle con la solita veemenza che lo contraddistingue: dalla data apposta in calce al decreto, il 26 novembre (domani), ai contenuti che citano la norma sbagliata e un’interpretazione troppo “estensiva” dei poteri del Presidente della Giunta, tanto da paragonarsi “per difetto” al Presidente della Repubblica.

A parte i Consiglieri del M5S, tutti gli altri membri dell’Emiciclo si sono lamentati che l’indennità di fine rapporto è un loro diritto, “soldi che versiamo mensilmente” e che servono per “il reinserimento in società” dopo anni prestiti al servizio della cittadinanza. Tutti hanno voluto precisare che  i consiglieri beneficiari della norma, per quest’anno, sarebbero stati solo nove su trenta, per un totale di circa 300 mila euro di anticipo. E soprattutto, tutti hanno voluto ribadire che non si chiama TFR ma “Indennità di fine mandato”. Anche se poi sostanzialmente sono la stessa cosa tanto che, nel corso degli interventi, ognuno la chiamava a modo suo: “indennità di fine rapporto”, “trattamento di fine mandato” ecc. Ovviamente, nessuno dei consiglieri ha trovato il modo di spiegare per quale motivo, se proprio questo era lo scopo che giustifica quella indennità aggiuntiva chiamata appunto “di fine mandato”, dovrebbe essere giusto e non un privilegio chiederne l’anticipo prima che si sia conclusa la loro esperienza in Consiglio regionale. Così come nessuno dei Consiglieri, tanto indignati per una “campagna stampa” che mirava a delegittimare il loro operato, ha voluto spiegare l’impellente necessità di modificare a loro favore una norma approvata nel 2010, quando si cercava di porre freno ai costi della politica, come lo stesso relatore Maurizio Di Nicola (Centro Democratico) ha pure ripetuto più volte nel corso della relazione per presentare l’abrogazione della norma che permetteva l’anticipo dell’indennità di fine mandato.

Altri- come il Consigliere Segretario Giorgio D’Ignazio (NCD), sono invece arrivati a sostenere che i novemila euro di stipendio mensili non sono sufficienti e che “non è vero che qui siamo tutti ricchi. La politica costa e chi sostiene il contrario dice il falso”. E giù con pacche sulle spalle di solidarietà tra colleghi squattrinati che inveivano contro i giornalisti che “riempiono i giornali di cazzate”. Davanti all’ingiustizia di dover rinunciare all’anticipo dell’indennità di fine mandato, i Consiglieri regionali hanno riscoperto l’anima bipartisan che li contraddistingue ogni qual volta si tocca i loro privilegi. Anche due acerrimi avversari come Lorenzo Sospiri di FI e Camillo D’Alessandro del PD, che solitamente arrivano ad accusarsi delle peggiori nefandezze, sembravano aver trovato uno spirito di fratellanza e empatia totalmente inedito per l’Aula dell’Emiciclo. Forse perché proprio loro erano due dei nove consiglieri che avevano maturato già una legislatura e che, con l’abrogazione della norma, dovranno rinunciare all’anticipo di quasi 40 mila euro a testa per festeggiare il prossimo Natale. Vorrà dire che D’Alfonso e i giornalisti cattivi, “capaci di fare solamente populismo e demagogia”, quest’anno riceveranno solo carbone.

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